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01 January 2008 @ 12:56 am
nathan/peter, heroes, amnesia  
(ultima fic per il porn!fest, l'altro post era troppo grande XD)

Titolo: Amnesia (passibile di cambiamento se ne trovo uno migliore)
Pairing: Nathan/Peter
Fandom: Heroes
Rating: NC17
Spoilers: finale seconda stagione. E sarebbe potuta venire meglio probabilmente ma gli esami incombono e più di così non riesco a fare XD



Peter aveva davvero cercato di protestare.

Aveva detto che era una cattiva idea.

Davvero. Ci aveva provato con tutte le sue forze, aveva minacciato, aveva fatto di tutto, ma non c’era stato verso di fare nulla. A parte Matt, tutti quanti gli interessati erano concordi.

Non si voleva davvero fidare di Bennett, che naturalmente aveva chiamato facendo il doppio gioco non si sapeva più alle spalle di chi. Ma era stato pur sempre lui a sparire e poi a ricomparire col sangue di sua figlia.

E a dire che la compagnia voleva Nathan morto a tutti i costi, che l’unico modo per salvarlo era farlo sparire e che in ogni caso era più sicuro se l’Haitiano gli avesse cancellato la memoria.

Era grato a Matt per il supporto dimostrato, ma c’erano troppi contro. Sylar in circolazione, il fatto che Nathan sicuramente non si sarebbe rassegnato a restarsene nascosto senza fare nulla, sua madre che a quanto pareva aveva qualcosa a che fare anche con quella storia e neanche si ricordava gli altri.

Morale della storia, Bennett aveva detto che avrebbe fatto la trasfusione solo a condizione che Nathan perdesse la memoria e che scomparisse, visto che non poteva permettersi di far vedere che aveva fallito.

E dove lo nasconderesti, gli aveva chiesto. Sicuramente non con Mohinder e sicuramente non a New York. Hiro, che era presente, aveva detto che sua sorella aveva accesso illimitato al patrimonio di suo padre e sicuramente poteva trovare un posto in Giappone, isolato, dove mandarlo. Lui sarebbe passato spesso con Ando e in ogni caso sicuramente era al di fuori della portata di Sylar.

Alla fine Peter aveva ceduto e mentre Bennett andava a fare la trasfusione era scappato dall’ospedale cercando di non piangere come una dodicenne in crisi ormonale, cosa che aveva fatto in ogni caso.

Certo, certo, era tutto ragionevolissimo. Peccato che avessero sorvolato su una cosa, ovvero che lui aveva perso la memoria e gli avevano tolto Nathan neanche sei ore dopo che l’aveva riavuto indietro.

Oh, se faceva male.

**

Era passato un mese prima che si decidesse. Non pensava di avere il coraggio, davvero, ma adesso, dopo essersi teletrasportato in Giappone e dopo aver pregato Hiro in ginocchio, non sa se doveva farlo.

Non credeva esistessero ancora villaggi come quelli dei film che vedeva nei cinema d’essai all’università, ma a quanto pare esistono, anche se con case piuttosto moderne. Ando l’ha accompagnato e gli indica una casetta isolata, le pareti di legno chiaro, che sembra così fragile che non resisterebbe ad un temporale.

“Lui è lì?”

“Sì, è lì. Sta bene, non pre…”

“Non mi preoccupo, Ando. Non mi preoccupo.”, gli risponde scendendo dalla macchina che li ha portati. Ando torna in città e Peter rimane davanti all’ingresso. Ha indosso un paio di jeans e una camicia che era stata di Nathan. Infatti gli va grande, ma non gli importa troppo.

I capelli gli sono un poco ricresciuti.

Si sente le gambe a pezzi e gli sembra di non riuscire a stare in piedi. Non sa davvero se ha il coraggio di entrare, ma deve farlo, perché ha passato un mese credendo di impazzire e per quanto stare con Mohinder e Matt nascosto lì l’avesse costretto a non dare di matto, non riesce ad andare avanti così.

Oh, sa che gli spezzerà il cuore o quello che ne è rimasto, ma non ha tante altre possibilità.

Bussa alla porta e quando sente la voce di Nathan che dice avanti ha la tentazione di scappare.

Non può e non vuole. Apre la porta, prende un respiro ed entra.

Il pavimento è completamente di legno, le librerie di stoffa, porte scorrevoli ovunque, la casa è luminosa come poche che abbia visto. Passa per un piccolo corridoio ed entra in una sala abbastanza grande, dove c’è solo un tavolo, le suddette librerie, un tatami non arrotolato e Nathan che lo guarda in piedi, appoggiato al muro.

Ha indosso un kimono grigio con una cinta celeste, i capelli ancora abbastanza lunghi sono assolutamente spettinati, ha i piedi scalzi, lo guarda gentilmente anche se chiaramente sta aspettando che gli spieghi chi sia e cosa ci faccia lì e Peter si rende conto di avere difficoltà anche a respirare perché cielo, non l’ha mai visto così bello, davvero.

Sta per parlare e in realtà voleva solo vederlo, si scuserà e dirà di aver sbagliato casa, ma Nathan cambia espressione.

Diventa quella di qualcuno che si è ricordato qualcosa che gli sfuggiva ma non riesce a collegarlo.

Potrebbe essere…

“… Peter?”

Peter pensa di aver perso una ventina di battiti. La voce di Nathan è bassa e roca e non è per niente sicuro di quello che dice ma a volte basta una parola per farti diventare un’altra persona.

“Ti… ti ricordi?”

Scuote la testa e improvvisamente tutto il castello di carte che Peter si era costruito in mente crolla in maniera quantomeno miserabile.

Ma poi Nathan alza la testa, si passa una mano sui capelli e sembra… imbarazzato?

“No, non ricordo niente che non risalga ad un mese fa se non il mio nome perché me l’hanno detto, ma… ma appena ti ho visto, non so… ti conosco, vero?”

Peter si avvicina un poco. Ci sono ancora tre metri tra loro.

Distanza di sicurezza.

“Sì. Sì, mi conosci.”

E Peter sinceramente se ne frega. Qualsiasi cosa Nathan gli chieda, risponderà, e se si ricordasse tutto, beh, Bennett può andare a farsi fottere. Non gli hanno certo tolto la sua preziosissima famiglia, e a Peter lui ha tolto tutto quello che gli era rimasto. Se lo può riavere, beh, non passerà l’occasione.

Nathan lo guarda meglio, e ancora non dice niente.

“Eravamo… amici?”, chiede, evidentemente fuori posto. Peter non lo incolpa. Sembra che abbia qualche difficoltà a muoversi o a chiedergli qualsiasi cosa, e Peter non se ne stupisce. In fondo, gli hanno tolto qualsiasi base e non sa quali balle Hiro gli abbia rifilato. Se gliene ha rifilate, potrebbe benissimo avergli detto di non sapere niente di lui e che avevano solo trovato il suo documento e non sapevano com’era finito in Giappone.

Peter sospira. Bella domanda.

“Beh, sì. Forse anche qualcosa di più.”, aggiunge senza dire direttamente che erano fratelli. Se glielo chiede, glielo dirà ma…

Stavolta Nathan si avvicina.

Distanza di sicurezza: meno due.

Non è troppo di sicurezza, pensa Peter, mentre si riduce a meno uno e poi a meno trenta e a meno dieci.

Peter crede di poter sentire odore di tè verde, per quanto le labbra di Nathan sono vicine alle sue, e crede che Nathan abbia sempre bevuto solo caffè in tutta la sua vita ed è così strano che neanche riesce a capirci qualcosa.

“Di più?”, mormora Nathan, e poi due labbra non troppo sicure sono su quelle di Peter, senza muoversi né niente, e Peter dovrebbe smetterla lì.

Peccato che, molto egoisticamente davvero, si renda conto che è la sua unica possibilità.

Oh, erano secoli, anni, che desiderava una cosa del genere.

Ma quando era adolescente, figuriamoci se aveva ammesso a chiunque di pensare a suo fratello maggiore mentre baciava le sue di allora ragazze, che erano sempre brune e più grandi di lui, o anche quando faceva di peggio.

Poi si era sposato, cazzo, e oltretutto a Peter piaceva davvero Heidi. Poteva rovinarli con una cosa del genere, che oltretutto a casa sua si chiamava incesto?

E poi, e poi, e poi si sapeva e o è adesso o mai più, pensa Peter mentre passa un braccio intorno al collo di Nathan e gli apre le labbra.

Se Nathan aveva inibizioni, le ha perse. Peter dubita che capisca la metà di quello che capisce lui, il che implica che nessuno di loro due sta veramente capendo un granché, ma si vede che anche lui, anche Nathan, forse…

Peter smette di pensarci e gli esplora la bocca con la lingua, il sapore di tè verde fin troppo presente e però non è male davvero, passa una mano tra i capelli di Nathan stringendo le dita intorno alle ciocche e cristo, se appena Nathan passa le sue sulle sue spalle e gli tira via la giacca si ritrova con i jeans più stretti di come si ricordi male, vuol dire che è davvero alla frutta.

Mentre Nathan gli toglie tutto di dosso con una frenesia fuori dal normale, lui gli slaccia la cinta e il kimono e beh, Nathan è nelle sue stesse condizioni.

Subito dopo sono sul tatami, Nathan su di lui, e può dire tranquillamente che si stanno divorando di baci. Le sue labbra sfiorano il collo di Nathan mentre due dita di una mano lo stanno preparando senza troppe cerimonie e un’altra tiene la sua erezione e appena quello che è rimasto di coerente nel suo cervello dice E’ SBAGLIATO in luci rosse al neon lampeggianti Peter le fa spegnere e smette di pensare definitivamente.

Se non altro perché Nathan ha tolto le dita e gli sta facendo vedere le stelle mentre Peter apre ancora le gambe, ma sa benissimo che tra poco diventeranno stelle di piacere.

Lo diventano e Peter si sforza per tenere gli occhi aperti ad ogni spinta di Nathan, lo vuole vedere mentre viene; è sopra di lui, i capelli sembrano ovunque, gli coprono parzialmente due occhi lucidi e che scoppiano di desiderio e Peter gli stringe le mani intorno alle spalle fino a quando non vengono praticamente insieme.

Peter sverrebbe tranquillamente, l’ondata di piacere che l’ha travolto è sinceramente troppo per permettergli di capire qualsiasi altra cosa, ma si sforza di restare alzato, di fissare Nathan negli occhi appena lo lascia e capisce.

In quel minuto di silenzio che c’è stato dopo, è successo qualcosa e ora che Peter guarda meglio, vede che Nathan sembra preoccupato, troppo sulle spine per essere ancora sotto l’influsso dell’orgasmo e soprattutto…

Oh cazzo.

“Ti… ti ricordi?”

“Sì.”

Peter vorrebbe solo piangere e fa per andarsene, ma sente una mano stringere il suo polso con una presa ferrea.

“Ho iniziato io.”

“Sì ma…”

“Perché?”

Non c’è questione. Peter non gli ha mai mentito una volta se poteva evitarlo, non lo farà ora.

“Perché lo volevo. E beh, non pensavo che…”

“Ti rendi conto di cosa abbiamo fatto? Non so neanche perché diamine io sia qui o perché mi abbiate…”

“Io ero contrario. Me ne rendo conto. E lo rifarei anche subito, se…”

Non finisce la frase perché Nathan l’ha baciato ancora.

Peter non sa cosa succederà dopo, ma sinceramente? Non gliene importa niente, davvero. Apre le sue labbra, si stringe contro Nathan e annega nel sapore di tè verde e di Nathan che gli annebbia completamente come è sempre stato e come suppone non potrebbe essere altrimenti.

Fin.

 
 
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